Spazi Plastici: anfibolie del sintetico e ricerche formali nei lavori di Franco Mazzucchelli

Giuseppe Gaeta

“L’<oggetto> dato, empirico, nella sua contingenza di forma di colori, di materiali, di funzione, di discorso, ovvero, se si tratta di un oggetto culturale, nella sua finalità estetica, è soltanto un mito. Non è altro che i diversi tipi di relazioni e di significati che convergono, si contraddicono, si annodano intorno ad esso. Non è altro che la logica nascosta che ordina questo fascio di relazioni, e in pari tempo il discorso metafisico che le occulta” (Baudrillard, 1972).

L’osservazione di un Baudrillard d’annata, intento a costruire il suo discorso critico sull’economia politica del segno, ci offre uno spunto interessante per leggere il lavoro di Franco Mazzucchelli come una prolungata ricerca nell’orizzonte dell’anti-mito, della desacralizzazione della natura feticistica dell’oggetto - che in questo caso sarebbe addirittura riduttivo definire artistico – e dello spazio che intorno a tale oggetto ruota, costituendo movimenti centripeti di produzione di senso.

Questo orizzonte anti-mitico è fatto di forme che giocano sull’ambiguità dei nostri strumenti percettivi, di geometrie rigorose che incessantemente ci riportano nelle coordinate di una segnicità che sfugge sistematicamente all’ingabbiamento dettato da logiche euclidee.

Le opere di Mazzucchelli realizzano incontri sinergici di istanze antitetiche, dando luogo a spazialità imponenti e nel contempo eteree che spiazzano il nostro sistema cognitivo, nell’alternarsi di attitudini “espansive” e leggerezze evanescenti.

Si strappa il sipario della rappresentazione e si disvela un oggetto nudo, penetrabile, attraversabile: con lo sguardo (come ci consentono i materiali che Mazzucchelli sceglie per i suoi lavori fatti di PVC o polietilene), o con il corpo (come nel caso delle grandi strutture gonfiabili entro le quali siamo chiamati a tracciare i nostri percorsi individuali e collettivi).

Un “oggetto” diaframmatico, che separa ed unisce spazi contigui seppure inattingibili, dispiegando la propria vocazione simbolica fino a fare apparire pienamente l’equivoco insito nella tecnocultura cui apparteniamo: ne deriva l’emergere di quella logica “semiurgica” che lo stesso Baudrillard indica come l’atto di nascita dell’oggetto in quanto statuto di senso.

E l’operazione comunicativa di Mazzucchelli ripropone appunto la necessità di svincolare l’opera dalla sua connotazione funzionalista, dissolvendone contestualità ed appartenenze per recuperane la natura multi-segnica e polisemica.

E’ il progetto artistico stesso di Mazzucchelli a portarci in questa direzione: Art to Abandon, Arte da Abbandonare, o invertendo i termini Abbandonare l’Arte?

Spezzare i legami spaziali dell’opera che ne irreggimentano la capacità segnica vuol dire intervenire sulle strutture dei codici, dei processi comunicativi, riproponendone l’adozione entro coordinate sempre nuove, de-storificandone il nucleo valoriale attraverso l’azione critica nei confronti di modelli deterministici di causalità.

La messa in scena del oggetto avviene sempre attraverso il recupero dell’azione performativa del soggetto, che da fruitore diviene artefice, sul piano simbolico ma anche su quello pratico: l’oggetto abbandonato è una “potenzialità” per chi lo trova, che viene chiamato ad un impegno creativo, attraverso la produzione di un senso “altro” per l’oggetto, che travalica l’azione di chi lo ha prodotto.

E’ una sfida alla logica del consumo che si articola secondo un processo sincopato di destrutturazione/ristrutturazione delle diadi arte/tecnica – forma/funzione, dove la non deperibilità del prodotto, della materia di cui esso è costituito (materiale di sintesi culturale, oltre, e forse prima ancora, che polimerica), intreccia contrappunti di senso con la sua deperibilità semantica.

Effimera ed evanescente diviene, in tal modo, non la datità dell’oggetto in quanto prodotto, ma la pretesa di una possibile datità: il registro metalinguistico dell’opera rivela ciò che il linguaggio (quello della società ibrida e tecnoculturale cui apparteniamo) non riesce a più a dire; la “nudità del Re” è - sembrano dire questi lavori - nel contempo una fine ed un inizio, uno smascheramento ed una possibilità.

Arte abbandonata, per abbandonare “una” idea dell’arte: non per dissolverne l’esistenza, ma per aprire verso la potenzialità del molteplice ciò che nella monolitica natura dell’unico scompare.

Si tratta cioè di una operazione di centralizzazione dell’elemento antropologico che passa attraverso la fuoriuscita da logiche antropocentriche: non “l’uomo”, anche se fosse l’artista stesso, ma “gli uomini”, sono chiamati a partecipare alla costruzione di un senso che, attraverso la infinita possibilità delle forme storiche del loro “esser-ci”, riannodi le trame dell’ordito di un “essere” talvolta sfilacciato, logorato dal dibattersi in lacci e lacciuoli imposti da “visioni del mondo” assiomatiche.

Nell’uso dell’elemento ludico che l’artista adotta, nell’evidente disincanto fatto di “dilettantismo” che egli dichiara, passa il senso di una personale “Rivoluzione dell’Oggetto”, fatta non di sberleffo quanto di ironia, non di rifiuto della regola (indagata e ricercata con attenzione scientifica verso la tecnologia) ma piuttosto di rimescolamento delle regole stesse alla ricerca di nuovi orizzonti espressivi.

L’immagine che ne deriva e’ molto simile a quella raccontata dallo stesso artista, intento ad abbandonare alla spinta del vento, su dune sabbiose o su distese d’acqua le proprie opere, per vederle sparire all’orizzonte, irraggiungibili Leviatani, come Achab con la “sua” Moby Dick.

Milano, aprile 1999