Occorrerà, per cominciare, prima di tutto chiarire due termini: follia e monumento. Ci si chiederà, dunque, "cos'è follia?" e "cos'è monumento?". Occorrerà farlo per tutta una serie di ragioni, ma soprattutto per non parlare a vuoto, pure se ciò che è in predicato qui è proprio un discorso sul vuoto e sul nulla. Ma procediamo cautamente e domandiamo di nuovo: "Cos'è follia?", "Cos'è monumento?".
Se per la prima domanda sarà opportuno, per il momento almeno, differire l'esercizio di una possibile risposta, per la seconda non ci si potrà sottrarre dal fornire una definizione, ricorrendo, per quanto azzardato possa risultare una simile richiesta d'ausilio, alla storia della lingua.
Il termine italiano "monumento" deriva dalla parola latina monumentum, come quasi sempre accade per le parole della nostra lingua, il cui insieme di significati ne è un calco, in un certo senso, per cui per monumento si intende un prodotto dell'uomo fatto per tramandare una memoria. Monumenti, allora, sono le sculture, prima di tutto, ma anche le scritture in generale: "i monumenti delle lettere" come ricorda Baldassarre Castiglione, i documenti, quindi, che "registrano" determinati eventi, basti ricordare i vari Monumenta historiae patriae, che si stampano nell'Italia ottocentesca da Napoli a Torino. La ragione di ciò è antica, non è un caso, infatti, se Cicerone nella XIV Filippica scrive di "monumenta huius ordinis", "i verbali di questa assemblea" e si riferisce ai decreti del senato romano, che probabilmente era costituito da individui un po' meno cialtroni degli attuali componenti del ramo del parlamento e i cui atti potevano ben dirsi monumentali e degni di tramandar qualcosa.
Prima di ogni altra cosa, però, monumentum sta a significare proprio il ricordo stesso, la memoria, quasi che il significato di monumento o di atto commemorativo fosse derivato da questi precedenti. E di fatti per raccogliere questa evidenza basta riflettere un poco sui significati stessi delle parole. Ma non solo essi testimoniano di quanto si sta dicendo, pure la struttura fonetica delle parole conferma quanto si ricava ad una prima lettura dei significati. In latino il termine monumentum è collegato al verbo monere, che significa far ricordare, ma anche ammonire e castigare, il quale a sua volta dialoga con altre produzioni verbali quali memini e mens, rispettivamente mi ricordo e mente.
Come si può notare facilmente ad una prima occhiata, tutte queste parole hanno una radice comune che poggia pure su una omogeneità omofonica di base. Questa radice è costituita dall'indoeuropeo men, che indica appunto la funzione cardine della mente: la memoria. La memoria è fondamentale. Senza di essa non ci sarebbe nulla di quello che c'è e la macchina più potente che ha prodotto l'uomo, il calcolatore, è appunto una macchina capace di memoria, una memoria artificiale, né più né meno di quanto lo era già la scrittura, come faceva notare quel grande scrittore che è stato Platone, nel Fedro, mettendo sulle labbra di Socrate il famoso mito di Thot: la scrittura è ypomnesis, fa notare il faraone al dio inventore, un'arte di riportare alla memoria, una memoria artificiale, potremmo tradurre con un linguaggio a noi più congeniale.
In questo modo si sancisce l'appartenenza di queste produzioni, verbali o meno che siano, incise sulla cera, sulla corteccia del faggio o modellate nel marmo o nel bronzo, alla categoria dell'artificio. Questi prodotti sono artificiali. Ed è per questa ragione che essi servono da monito, come da sempre è nella funzione dell'immagine, quasi come presenze spettrali di un potere che non c'è (più) lì e in quel momento – basti pensare che, e ovviamente non a caso, il nome tecnico dello schermo video è monitor, altra parola latina, assorbita dalla lingua inglese, che, in origine, significa rammentatore, ma anche ammonitore e precettore e monitor era pure il nome che si dava ad uno schiavo che aveva la funzione di rammentare al padrone, suggerendoglieli, i nomi delle persone con cui questi veniva in contatto.
Scrivendo questo, diviene chiara quella che potrebbe essere definita come una sorta di struttura sincronica del monumento o, volendo restringere il campo a ciò che è di nostro interesse qui, della scultura in generale. La scultura, in Occidente, è sempre una pratica funeraria e commemorativa. Ma dicendo questo diciamo ancora l'ovvio. Eppure è proprio da questa ovvietà, che non potremo esimerci, evocando una figura ossimorica, dal considerare radicale, che occorrerà muovere per avvicinarsi a quello che fa F. M., e scrivo "avvicinarsi a quello che fa" perché queste di F. M. non sono opere scultoree nel senso ovvio del termine, nel senso che stiamo lentamente facendo affiorare. Esse volutamente prendono le distanze dalla struttura della monumentalità, pure se questa distanza – e questo non sembri paradossale – finisce proprio per confermare un tratto della natura più intima della monumentalità stessa. Ma riprendiamo il discorso lasciato in sospeso sulla commemorazione.
Un suggerimento all'indirizzo di un'acuta riflessione ci viene dai testi sapienziali dell'Antico Testamento. Spesso alcuni di quegli scrittori, in modo particolare il profeta Isaia o gli estensori dei Salmi, si soffermano a rendere conto della natura della rappresentazione, che viene sempre messa in rapporto all'idolatria. Ma è dalla Sapienza che si ricavano interessanti suggestioni per quanto qui si sta cercando di dire. Nel capitolo quattordicesimo ai versi dodici-ventuno viene tratteggiata quella che secondo lo scrittore biblico è l'origine dell'idolatria come rappresentazione di un assente. Ma è in modo particolare ai versi dal diciassette al venti, che ci si può soffermare su una fondamentale equazione: la statua sta al potere come la comunicazione sta all'assenza. Ma forse sarà il caso di leggere direttamente dal testo sacro. “Le statue si adoravano anche per ordine dei sovrani: i sudditi, non potendo onorarli di persona a distanza, riprodotte con arte le sembianze lontane, fecero un'immagine visibile del re venerato, per adulare con zelo l'assente quasi fosse presente. All'estensione del culto, anche presso quanti non lo conoscevano, spinse l'ambizione dell'artista. Questi infatti desideroso di piacere al potente, si sforzò con l'arte di renderne più bella l'immagine; il popolo, attratto dalla leggiadria dell'opera, considerò come oggetto di culto colui che poco prima onorava come uomo” (Sap. 14, 17-20).
Probabilmente F. M. non conosce questo passo. Eppure è da decenni che F. M. si confronta con una pratica monumentale, proprio come se tenesse come punto di riferimento fisso quanto un luminoso passo come questo ancora ricorda.
Certo, per scrivere dell'opera di F. M. avremmo potuto trovare dei riferimenti più vicini a noi, rifacendoci alle avanguardie storiche o alla destituzione, in ambito filosofico, del soggetto e di quelle categorie che a questo concetto afferiscono. Certo, il soggetto se la passa maluccio, almeno da qualche secolo a questa parte e, in modo evidente, in questo ultimo scorcio di millennio in chiusura. Ma forse non si vuole vedere che esso, già all'atto della sua nascita, non stesse proprio in gran forma, tanto che, pare, dovette farsi passare sotto mentite spoglie quando non sotto silenzio. Perché è esattamente questo il punto, il soggetto, proprio quello dei monumenti commemorativi, che in quanto tali ricordano sempre un soggetto, potente, assente, deve, per poter essere, necessariamente nascondersi, celarsi alla vista, quasi che voglia evitare di mostrarsi in tutta la sua miseria e perdere così, irrimediabilmente, il suo potere.
F. M. pare essersene accorto. E perciò da decenni erige monumenti al nulla, al vuoto, degli enormi "palloni", come li chiama lui, che non tardano a mostrarsi per quello che sono: monumenti al potere, alla storia, al potere della storia, all'istituzione – del potere e della storia –, degli enormi palloni gonfiati, che sono pure un monumento alla follia e cioè all'Occidente, che nasce e si afferma proprio sulla possibilità di una "caduta" di ciò che lo caratterizza idealmente e cioè della solarità della ragione.
Per finire, una coriosità sulla scorta di una voluta omissione.
Continuando a giocare con la storia della lingua, andiamo a vedere l'origine latina del termine italiano follia. Esso deriva dal termine foll-is(-em), che indica, originariamente, un sacco di pelle gonfio d'aria, un pallone insomma, e poi passa ad indicare la borsa per il danaro e infine il danaro stesso. Considerato che l'Occidente e cioè ormai il Mondo vive sotto il dominio della pecunia mensura, e che questo danaro di fatto non corrisponde ad una ricchezza "reale", ma, appunto, al vuoto sostantificato dell'ordine simbolico, direi che il trarre una logica conseguenza da tutto questo discorso finora svolto diventa un fatto da assumere sotto la categoria dell'ovvietà.